giovedì 26 febbraio 2009

sull'articolo di Baricco

Il pezzo di Alessandro Baricco pubblicato su Repubblica del 24/2 sta provocando reazioni notevoli.
Già il titolo, in effetti, non si presta a lasciare indifferente nè chi fa teatro, nè chi ne parla: "Basta soldi pubblici al teatro, meglio puntare su scuola e tv".

Ma cosa dice Baricco?
(l'articolo integrale è qui:
http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco.html)

Baricco si chiede innanzitutto quali siano state le ragioni che hanno portato, tempo fa, nel nostro Paese, alla prassi di "usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale".
Ne individua tre: 1) aumentare la fruibilità ("rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità"); 2) tutelare forme e contenuti di qualità ("alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà"); 3) tutelare la cultura come elemento strutturale di una democrazia ("nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse").

Appare piuttosto semplice privare di valore, almeno allo stato attuale, questi tre cardini; non c'è neanche bisogno di argomentazioni particolarmente acute:

1) La comunità ha in effetti preso possesso sia dei luoghi, che dei riti culturali; la possibilità di fruire della cultura è ormai legata soltanto in minima parte alla disponibilità economica del singolo o alla sua posizione nella scala sociale. Ma questo non dipende dal meccanismo di finanziamento; almeno non direttamente; piuttosto riguarda il villaggio globale e tutti i bla bla bla in merito. Peraltro, dice Baricco: "Se andiamo a vedere i settori in cui lo spalancamento è stato più clamoroso, vengono in mente i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l'intervento pubblico è massiccio, l'esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all'opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca";

2) Chi decide oggi in Italia cosa vada tutelato? Quali sono i parametri reali? Come si appalta? Come si finanzi? Qual è il background di chi stabilisce: "a te sì, a te no"? Il risultato, continua Baricco, "è che nel nostro paese non esiste quasi più quel fare rotondo e naturale che mettendo semplicemente in linea uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire, produce il teatro";

3) Il terzo punto si demolisce da solo; basta mettere in relazione la parola democrazia con la parola berlusconi; oppure la parola cultura con la parola mediaset. E' facile facile.

Le soluzioni proposte da Baricco sono le seguenti:
"1.Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. [...] Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola".
"2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati". Il che significa, non so, fare Cechov nel Teatro Coca-cola, fare Pirandello nel Teatro Nike (che non suona neanche male). E tanto per rincarare: "Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l'accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate".

Questo, più o meno, il contenuto del pezzo.
Un contenuto che, sorprendentemente, coincide in modo esatto al mio personale punto di vista.
Non mi capitava da tempo di essere così in accordo con qualcuno.

Non credo neanche, come molti sostengono, che si tratti di una provocazione.
Se poi davvero Baricco predichi bene e razzoli male, mi interessa davvero poco al momento.

Tra le innumerevoli reazioni autorevoli, ne segnalerei due:

La prima è tratta dal blog L'Italia vista da Londra (http://breakfastinlondon.blogosfere.it/):
Io sono un'esule, non mi permetto di commentare...il fatto che me ne sia andata dice gia' molto. Ma conosco bene il mondo dell'arte e dello spettacolo italiano: so dove vanno i soldi e perche', ho visto come vanno le cose e ho vissuto alcuni dei milioni di problemi che attanagliano la povera Italia. Povera Italia, mi sembra davvero la guerra dei poveri per le briciole di un antichissimo splendore. [...] Io non intervengo sulla polemica italiana, sulle vostre tasse, i vostri politici... io ho combattuto, pagato e ho avuto in cambio solo rabbia. Pero' vi dico questo: Londra e londinesi saranno anche in crisi, ma i teatri continuano a essere pieni di begli spettacoli e di gente.
Il problema italiano e' titanico: soldi, teatri, politici, registi, attori...
Guardate le vostre sale: piene solo di addetti ai lavori (spesso pure costretti a pagare).
Guardate i vostri palchi: sempre la stessa gente, sempre la stessa roba.
Che palle!

La seconda è Il n'y a pas de Colin dans le poisson, un breve filmato documentario sul disimpegno dello Stato nella Cultura, realizzato dall'associazione culturale Les Yeux d'IZO di Poitiers (Francia) nel luglio del 2008. L'ha usato Inteatro per dare ua risposta all'articolo di Baricco: "Una risposta francese alla polemica sollevata da Alessandro Baricco nel suo articolo pubblicato ieri su La repubblica. Un filmato (lo potete vedere qui: http://www.inteatrotv.com/index.php?cat_id=10&prod_id=161) per riflettere sul senso del finanziamento pubblico alla Cultura".
In effetti si tratta di un filmetto inutile in cui si dicono cose scontatissime e per niente connesse alle questioni in oggetto. Nulla di nuovo: è così che la casta degli intellettuali pensa di spiegare il mondo a tutti coloro i quali non vengono ritenuti capaci di pensieri critici: con parabolette da quattro soldi e con depistaggi pianificati (del resto fanno così fin dai temip di Zenone).

Si parlerà ancora di questa cosa. Ma non servirà a niente parlarne.
Tranne che a far sentire ancora un po' di vita a chi è cadavere da tempo.

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